Paesaggi innevati e sport sulla neve tra le cime maestose del Pelmo nelle Dolomiti venete

Paesaggi innevati e sport sulla neve tra le cime maestose del Pelmo nelle Dolomiti venete

Franco Vallesi

Gennaio 30, 2026

Quando il freddo si fa pungente e l’inverno avvolge tutto in un silenzio ovattato, il monte Pelmo si trasforma in una vera cartolina da Dolomiti, dove natura e storia – quasi a braccetto – si manifestano in modo sorprendente. Tra i rami ricoperti di neve e le ampie radure imbiancate, si nasconde un sentiero che conserva tracce fossili risalenti a oltre duecento milioni di anni fa: un racconto preistorico così diretto lo trovi davvero in pochi posti. Prima questa zona era una pianura paludosa, dove vagavano specie di dinosauri che hanno marchiato la loro presenza su rocce rimaste quasi intatte per secoli.

Raggiungere direttamente le orme in inverno? Impossibile, a causa della neve che rende scivolosi e pericolosi i pendii rocciosi. Però, da Palafavera, a poco più di 1.500 metri di quota, parte un anello che immerge completamente nel tipico paesaggio montano veneto. Non è solo una camminata archeologica: è un momento da vivere immersi in un ambiente naturale ancora genuino, frequentato – diciamo – dagli amanti della montagna quando fa davvero freddo.

Il sentiero tra boschi e panorami ai piedi del Pelmo

Si parte da Palafavera, e subito la salita si fa sentire. Il bosco di larici e abeti è fitto, quasi avvolgente. L’unico suono? I passi che scricchiolano sulla neve dura, il fruscio leggero delle foglie secche. Se si cammina con calma, si nota come il panorama si apre man mano fino a regalare una radura chiamata Pian de le Mandrate, attorno ai 1.700 metri. Qui, finalmente, si intravede il maestoso profilo del Pelmo e, a tratti, quello della cima del Civetta, poco distante.

Paesaggi innevati e sport sulla neve tra le cime maestose del Pelmo nelle Dolomiti venete
Paesaggi innevati e sport sulla neve tra le cime maestose del Pelmo nelle Dolomiti venete – scuoladitruccomodena.it

I cartelli non mancano e indicano con precisione la Casera di Coi, che non è solo una sosta: è un punto ottimo per una pausa e per osservare davvero il paesaggio. La discesa verso la casera cambia il passo: più leggera, in netto contrasto con l’ultima tratta che conduce al Rifugio Venezia, immerso nel bosco ma con aperture più ampie sulle montagne circostanti.

Non va sottovalutato un dettaglio – spesso trascurato – che incontri sul cammino: le panchine panoramiche, inserite quasi naturalmente in piccole conche. Piace fermarsi lì, respirare, e godere di un contatto autentico con i suoni e gli odori dell’alta montagna. Per chi vive in città, è un piccolo lusso, un momento che cambia il modo di percepire l’ambiente, con attenzione e rispetto.

Dai massi con orme fossili al bianco delle radure innevate

Procedendo, ecco il Sass del Drago, un masso di una certa stranezza: conserva orme di dinosauro, piccole ma piene di significato. Sono un segno tangibile di un’epoca remota, quando la zona aveva un ecosistema completamente diverso. Poco dopo la vegetazione si fa più rada, il sentiero si apre tra massi sparsi lasciando spazio alla vista delle pareti del Pelmo. Dietro, spuntano altre vette: Civetta, San Sebastiano, Tamer. Il panorama? Un arricchimento continuo per chi cammina.

La camminata rallenta qui, forse per assorbire meglio lo spettacolo. Il sentiero sembra un mosaico naturale, dove pini mughi, larici e abeti si alternano, tutti in parte coperti dalla neve. Si arriva a Le Mandre, intorno ai 1.908 metri; poco più avanti si scopre una radura più vasta, I Lach, a 1.982 metri. D’estate è una zona paludosa, ma d’inverno diventa un tappeto immenso di neve, che amplifica il senso di isolamento e la sensazione di purezza tipica delle montagne.

Osservare qui in inverno è un’esperienza che cambia il modo di vedere il paesaggio: lo spazio sembra più grande, il silenzio più intenso. La natura sembra quasi a portata di mano – come dicono gli esperti che da anni monitorano questi ambienti, fragili ma davvero straordinari.

Un incontro con i giganti delle Dolomiti e l’architettura rurale unica

C’è qualcosa di speciale nel sentiero: se il cielo è limpido, si intravedono in lontananza l’Antelao e la Marmolada, due delle montagne più note nelle Dolomiti. Quel gioco di sguardi tra queste vette gigantesche è probabilmente uno dei motivi per cui gli escursionisti apprezzano tanto il percorso. Perché? Ti senti sospeso tra natura selvaggia e orizzonti vastissimi.

Chi vuole proseguire sul sentiero estivo “Coi”, deve prestare attenzione, soprattutto d’inverno: il percorso non è ben segnato e si deve seguire con cura, basandosi su tracce evidenti per evitare rischi – prudenza resta d’obbligo in alta quota durante i mesi freddi.

Al ritorno, una breve deviazione verso la Casera di Coi porta a scoprire i tabià, costruzioni rurali tipiche di questa valle, fatte in pietra con fienili in legno. Sono opere di ingegno antico: materiali e tecniche di intreccio raccontano secoli di tradizioni locali. Restaurati con cura, questi spazi sono oggi veri gioielli artistici che raccontano la vita di chi ha lavorato questi luoghi veneti, di montagna.

Il giro completo è lungo circa 6,5 chilometri con un dislivello vicino ai 570 metri. Nel complesso, ci vogliono circa tre ore, senza contare le soste. La neve non battuta – occhio – può richiedere racchette o ramponi, dipende da come va il meteo. E una cosa non la scordi: controllare sempre rischio valanghe e previsioni. Chi cammina sulle montagne italiane lo sa bene, è una delle regole non scritte ma imprescindibili.

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