Chi ama il formaggio intero in molte famiglie italiane lo considera un ingrediente quotidiano, ma il suo effetto sulla salute è ancora argomento di discussione. Uno studio recente e ampio, condotto negli ultimi tempi, ha cercato di capire se mangiare formaggi e panna non scremati possa influenzare la comparsa di disturbi cognitivi nelle persone di mezza età e anziane. L’attenzione è stata soprattutto su quei possibili effetti protettivi, che spesso vengono sottovalutati, ma che potrebbero avere un ruolo più complicato di quanto si pensava prima.
Lo studio ha preso in esame un gruppo numeroso, seguito per anni, monitorando la comparsa di demenza in parte dei partecipanti. Ecco il dettaglio: superare la soglia di 50 grammi di formaggio intero ogni giorno si lega a una netta riduzione del rischio di questa malattia. Anche più di 20 grammi di panna intera al giorno sembrano darsi una mano per diminuire il declino cognitivo generale. Per chi invece preferisce latticini senza grassi o parzialmente scremati, niente di simile emerge. Strano ma vero, sembra proprio che il grasso dei prodotti non trattati giochi un ruolo specifico.
L’aspetto curioso salta fuori se mettiamo a confronto questi dati con le linee guida alimentari più diffuse, che da anni suggeriscono cibi a basso contenuto di grassi per salvaguardare il cuore. Però, alcune ricerche più fresche indicano che il formaggio intero non aumenta il rischio di problemi cardiaci, anzi: in certi casi può persino aiutare a ridurli. Insomma, la relazione tra grassi saturi, cuore e cervello resta intricata e richiede ancora studi più dettagliati.
Il rapporto tra latticini e salute del cervello
Quando si parla di latticini e funzioni cognitive, i risultati delle ricerche non sono sempre chiari. Ad esempio, in alcune popolazioni asiatiche, dove il consumo di latticini è relativamente basso, si registra un beneficio per il cervello. Forse conta la quantità, o il modo in cui questi alimenti vengono introdotti: la dose fa la differenza, diciamo così.

Ci sono studi che evidenziano un legame positivo tra formaggio e diminuzione del rischio di demenza, ma spesso in quei contesti il consumo resta più contenuto rispetto ai paesi occidentali. Non mancano comunque ricerche che non confermano questa tendenza, sottolineando l’importanza di considerare variabili come la provenienza, il tipo di latticino e altri fattori di rischio ambientali o genetici. Per esempio, un’analisi europea a lungo termine ha indicato che il formaggio potrebbe essere l’unico alimento correlato a un rischio minore di demenza, mentre altri cibi — latte o carne rossa lavorata — sembravano peggiorare la capacità cognitiva.
Guardando a modelli alimentari più complessi, si nota che dieta equilibrata, con pesce, frutta e latticini in quantità moderate, è associata a un rischio più basso di declino mentale. La morale? Non contano solo i singoli alimenti, ma le abitudini nel loro insieme. Chi abita in città, per esempio, avverte bene come il diverso stile di vita e il tipo di dieta influenzino il benessere della mente.
Limiti e implicazioni per l’alimentazione quotidiana
Tra le tante cose da segnalare, uno dei problemi maggiori sta nel fatto che molto spesso le ricerche si basano su dati auto-riferiti. Un rischio non da poco, perché chi comincia a perdere memoria o capacità comunicative può sbagliare a riportare le proprie abitudini alimentari. Per cercare di evitare questo effetto, alcuni studi hanno escluso chi già soffriva di demenza all’inizio o hanno allungato l’osservazione su un arco temporale più lungo.
Vale la pena tenere a mente anche il cosiddetto “effetto sostituzione”: il vantaggio potrebbe derivare non solo dal consumo di latticini interi, ma dal fatto che questi alimenti prendano il posto di altri più dannosi, tipo carni rosse lavorate o pane raffinato. Chi mangia più formaggio e panna spesso ha uno stile di vita complessivamente più sano, con meno sovrappeso e meno patologie legate al rischio di demenza, come ipertensione e diabete.
Da considerare pure che il formaggio intero è una fonte importante di vitamine liposolubili (A, D, K2), oltre alla vitamina B12, folati, iodio, zinco e selenio — tutti fondamentali per le funzioni del cervello. Ovviamente, però, serve moderazione e un’alimentazione bilanciata, preferibilmente di qualità — come quella mediterranea, molto diffusa qua in Italia.
Insomma, per cercare di prevenire il declino cognitivo bisogna fare scelte alimentari attente e sostenere uno stile di vita sano. Il campo resta aperto e richiede nuovi studi per capire meglio come certi cibi e il loro insieme impattino sulla salute mentale nel tempo. Da qualche anno a questa parte, chi si occupa di nutrizione segue queste dinamiche con interesse, per arrivare finalmente a indicazioni reali e aggiornate.
